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Studio filologico e simbolico

Mahāmṛtyuñjaya Mantra

Centro Kriya Yoga Brahmarandra

Traslitterazione, significato e fonti del grande mantra rivolto a Tryambaka

Om Tryambakaṃ Yajāmahe Sugandhiṃ Puṣṭi-vardhanam Urvārukamiva Bandhanān Mṛtyor Mukṣīya Māmṛtāt

Con riferimenti al Ṛgveda, allo Yajurveda e alla tradizione śaiva

I. Traslitterazione IAST e guida alla pronuncia

Il mantra viene qui reso in IAST (International Alphabet of Sanskrit Transliteration), lo standard che rappresenta senza ambiguità i suoni del Devanāgarī in caratteri latini con segni diacritici.

Guida alla pronuncia del Mahāmṛtyuñjaya Mantra
SillabaPronuncia indicativa
Om (Ṓṃ)un'unica sillaba, «Omm» prolungato
Tryambakam«tri-àm-ba-kam», «colui dai tre occhi»
Yajāmahe«ya-djà-ma-he», «noi rendiamo culto»
Sugandhim«su-ghàn-dim», «il fragrante»
Puṣṭi-vardhanam«pùsh-ti-var-dhà-nam», con ṣ retroflessa sibilante
Urvārukam iva«ur-vàa-ru-kam ì-va», «come un cetriolo»
Bandhanān«ban-dha-nàn», «dai legami»
Mṛtyoḥ«mrit-yòh», con ṛ vocalica breve
Mukṣīya«muk-shì-ya», forma ottativa media
Māmṛtāt«màa-mrit-àat», da leggersi mā amṛtāt

Nota: per limiti tipografici della presente edizione, i caratteri Devanāgarī originali non sono riprodotti graficamente; si riporta solo la traslitterazione IAST.

II. Analisi parola per parola

Analisi parola per parola del Mahāmṛtyuñjaya Mantra
TermineSignificato
Omla sillaba-radice, suono primordiale che apre la maggior parte dei mantra
Tryambakamaccusativo di tryambaka, «dai tre occhi» o «dai tre padri/mondi»: epiteto di Rudra-Śiva
Yajāmahe1ª persona plurale presente medio di yaj, «noi sacrifichiamo a / rendiamo onore a»
Sugandhimaccusativo, «il profumato», «colui che dona buon odore»: riferito alla fragranza spirituale, ma anche accostato all'idea di pervasività benefica
Puṣṭi-vardhanamcomposto, «che accresce (vardhana) il nutrimento e la prosperità (puṣṭi)»
Urvārukam iva«come un cetriolo/melone (urvāruka)», immagine usata come termine di paragone
Bandhanānablativo plurale di bandhana, «dai legami», «dallo stelo che trattiene»
Mṛtyoḥgenitivo di mṛtyu, «della morte»
Mukṣīyaottativo medio di muc, «possa io essere liberato»
Māmṛtātda leggere mā amṛtāt: mā («non») + amṛtāt (ablativo di amṛta, «immortalità/nettare»): «non dall'immortalità»

Il senso complessivo può essere reso come: «Om, rendiamo culto a Tryambaka, il fragrante che accresce la prosperità. Come un cetriolo si stacca facilmente dal proprio stelo, possa io essere liberato dalla morte, non dall'immortalità.» — un'invocazione che chiede non l'assenza della morte in sé, ma il distacco naturale e maturo da essa, senza perdere ciò che è imperituro.

III. Tryambaka-Rudra nei Veda: il dio dai tre occhi

Tryambaka è uno degli epiteti più antichi riferiti a Rudra, la divinità vedica feroce e insieme risanatrice che nei testi successivi confluirà nella figura di Śiva. Il termine è oggetto di diverse letture filologiche: può significare «dai tre occhi» (in relazione al terzo occhio della tradizione śaiva successiva), oppure «che ha tre madri» o «dei tre mondi», secondo interpretazioni più antiche legate al culto solare e atmosferico.

Rudra, nel Ṛgveda, è invocato soprattutto per essere tenuto lontano nella sua ira e propiziato nella sua forma benevola: è insieme portatore di malattia e signore delle erbe medicinali, capace di guarire ciò che egli stesso può colpire. Questa ambivalenza — potenza che ferisce e potenza che risana — è il terreno su cui nasce la richiesta di liberazione dalla morte espressa nel mantra.

Con l'evoluzione della teologia śaiva, Tryambaka diventa un epiteto stabile di Śiva, e il mantra viene percepito come rivolto direttamente a lui nella sua funzione di conquistatore della morte (da cui il nome successivo Mahāmṛtyuñjaya, «il grande vincitore della morte»).

IV. Il Ṛgveda VII.59.12 e le recensioni yajurvediche

Il verso è attestato in forma pressoché identica nel Ṛgveda, libro VII, inno 59, versetto 12 — un inno dedicato a Rudra all'interno del maṇḍala attribuito alla famiglia di Vasiṣṭha. È uno dei pochissimi versi rudraici del Ṛgveda a essere sopravvissuto pressoché immutato nell'uso rituale fino a oggi.

Lo stesso verso, con variazioni minime, ricorre anche nelle collezioni yajurvediche (ad esempio nella Taittirīya Saṃhitā e nella Vājasaneyi Saṃhitā dello Yajurveda bianco), a conferma della sua importanza liturgica trasversale rispetto ai diversi rami vedici.

«tryambakaṃ yajāmahe sugandhiṃ puṣṭivardhanam / urvārukamiva bandhanān mṛtyormukṣīya māmṛtāt»

Ṛgveda VII.59.12

A differenza di molte formule devozionali moderne assemblate da elementi tradizionali, questo mantra ha dunque un riscontro testuale diretto, preciso e verificabile in un testo canonico vedico.

V. Om: la sillaba primordiale

Come nella maggior parte dei mantra induisti, Om viene anteposto al verso originale nell'uso rituale successivo: il verso vedico originale, in molte recensioni, non presenta Om come parte integrante del metro, che viene aggiunto in epoca posteriore come prefisso liturgico universale.

Le Upaniṣad, e in particolare la Māṇḍūkya Upaniṣad, descrivono Om come il suono che contiene passato, presente e futuro e ciò che li trascende: la sillaba-seme dell'intera manifestazione, premessa naturale a qualunque invocazione solenne.

VI. La metafora del cetriolo e del legame reciso

Il cuore poetico del mantra è l'immagine del cetriolo o melone (urvāruka) che, giunto a maturazione, si stacca da solo e senza sforzo dal proprio stelo. È un'immagine agricola precisa: nella tradizione vedica il distacco naturale del frutto maturo è contrapposto allo strappo violento di un frutto acerbo.

Il parallelismo implicito è netto: così come il frutto maturo non deve essere strappato con la forza, ma si separa da sé quando è pronto, allo stesso modo la liberazione dalla morte che il mantra invoca non è la negazione della morte, ma un distacco maturo, naturale, non traumatico — la richiesta di mukṣīya («possa io essere liberato») riguarda la qualità di questo passaggio, non la sua eliminazione.

VII. Fonti attestate e il nome «Mahāmṛtyuñjaya»

Ciò che è attestato nei testi classici:

Ciò che è di formazione posteriore:

La conclusione filologicamente più corretta è che si tratti di un verso autenticamente vedico, di indiscussa antichità, a cui la tradizione posteriore ha sovrapposto un nome, un culto e un uso terapeutico specifico che ne hanno amplificato ma anche in parte trasformato il significato originario.

VIII. Lettura simbolica e meditativa

Oltre il dato filologico, il mantra si presta a una pratica meditativa incentrata sull'accettazione matura della propria finitezza: non un rifiuto della morte, ma la richiesta di viverla e attraversarla come il frutto maturo che si stacca dal proprio stelo, senza lacerazione.

Tryambaka, il dio dai tre occhi, osserva contemporaneamente passato, presente e futuro: la sua invocazione richiama la capacità di vedere la propria vita nella sua interezza, riducendo l'attaccamento ansioso e sostituendolo con un distacco fragrante, «sugandhi» — capace di dare frutto (puṣṭi) anche nell'atto del lasciar andare.

IX. Nota filologica finale e bibliografia essenziale

Questo studio ha proceduto dalla trascrizione fonetica alla ricostruzione filologica, dall'identificazione della fonte vedica diretta fino alla distinzione tra il dato testuale antico e la sovrapposizione devozionale successiva legata al nome Mahāmṛtyuñjaya.

Riferimenti essenziali:

Nota conclusiva: questo documento è uno strumento di studio e orientamento filologico-simbolico, non un parere di autorità religiosa. Per l'uso rituale del mantra si raccomanda il confronto con un maestro (guru) o un officiante qualificato della propria tradizione.

"Pronunciando, intonando e cantando una parola sacra (mantra) in modo cosciente e devozionale, all'interno del nostro essere si risveglia una vibrazione divina."

Lahiri Mahasaya

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